
Quest'opera è nata con l 'intento di raccogliere e conservare ai posteri tutte le variazioni della lingua cosidetta comune che si sono operate all'interno del Granducato di Lot, talvolta implementando di significati originali parole già esistenti, talvolta generando veri e propri neologismi per uso esclusivamente lottiano (si spera).
Storcano pure il naso i puristi della lingua italiana, ribadendo che la gran parte di queste parole non esiste. Hanno sacrosanta ragione, se le pensano usate nel mondo sedicente reale, dove i Garzanti, gli Zingarelli e gli Zanichelli hanno negato diritto di cittadinanza ad ogni lemma non compreso nei loro elenchi.
Ma nel Granducato di Lot, mondo da sempre autoreferenziale, anche all'ultimo dei cittadini viene riconosciuta dignità di linguista, libertà di creazione, anarchia semantica. La democrazia della parola fantastica a Lot non è un modo di dire.
La consultazione di questo lavoro è un guardarsi allo specchio, per sorridere insieme di quello che - se almeno una volta non siamo diventati - comunque saremmo potuti essere, dentro quell'unico organismo collettivo dove nessuno fa qualcosa che non riguardi, alla fine, tutti.
Ninque Rovir di Nenalith
Magnifico Rettore Protempore
dell'Accademia dei Cinque Cereali.
astanti: dicesi di chi si fa i fatti propri in un dato luogo al momento dell'arrivo di chi compie l'azione in cui, appunto, li definisce astanti. Sinonimo di presenti (di cui ha quasi totalmente sostituito l'utilizzo), ma con la precisazione che si tratta di pg palesati nel gioco. Infatti il Conte Thorm ha dovuto negare che venisse cambiato il nome del pulsante "lista presenti" nel richiestissimo "lista astanti", per non confondere ulteriormente le idee.
astare: rara estensione verbale del termine "astanti", indica l'atto di permanere in un dato luogo senza apparente motivo che non sia quello di farsi definire astanti. Snobismo usato in genere per evitare di dire che ci si trova lì senza scopo. es. "atthemis, perdigiorno!" - "come osate darmi del perdigiorno, io asto costì per motivi degnissimi!". Esimi semantici sostengono che è da una arcaica versione del verbo astare che deriverebbe il più volgare: stare. Nei bassifondi lottiani viene usato anche nell'accezione di "farsi i cazzi propri", ma questo uso è considerato poco consono. (es.volg. "ti consiglio di astare!")
atono: parola che anticamente indicava l'assenza di espressione in una comunicazione sonora. L'uso che è prevalso nel Granducato riguarda invece ora tutti i sensi certificati dall'accademia delle razze, più altri contesti in aggiunta: può infatti essere atono uno sguardo, un passo, un gesto o una particolare colorazione degli abiti. L'uso è certificabile quasi esclusivamente tra i lottiani di inclinazione monella, a dispetto di quelli di inclinazione brava che sembrano avere invece passi, gesti e sguardi non ancora del tutto privi di espressione. I pg di inclinazione neutrale sono invece atoni per definizione. A volte - in rari casi certificati da opportuno background - il termine atono può indicare un pg muto (se riferito al loquire) o affetto da paresi (se riferito all'espressione del volto). Per questo può trattarsi di un modo per indicare l'handicap in maniera politicamente corretta. Accertarsene in gioco - prima di eventualmente deridere il pg in questione - è cosa consona.
adamantineo: erroneamente creduto derivante dal materiale durissimo dell'adamantio, ha nel Granducato riacquistato la sua discendenza legittima dalla pietra preziosa del diamante, sia in riferimento alla durezza che al colore. Riferito prevalentemente alle iridi di color grigio, presenta delle applicazioni ad alcuni muscoli del corpo non sempre specificati, da supporre di volta in volta straordinariamente grigi o straordinariamente duri, a seconda del contesto.
allineamento:
è uno dei pochi termini di questo dizionario che non costituisca aggettivo
per le iridi, se si esclude il caso in cui si voglia specificare che non sono
strabiche.
Ha significato di indirizzo morale, indole.
L'accademia delle razze indica
tre possibili vie comportamentali per i cittadini di ogni razza.
Cittadino di Allineamento Malvagio: essere poco raccomandabile dai lunghi
capelli avorei o tenebrei, somigliante di default a Lucius Malfoy, devoto
alle tenebre, alla morte, a Simeht e a tutte le sue reincarnazioni, spesso
possessore di spade bastarde, di pentacoli/staffe bastarde o - se disarmato
- bastardissimo anche a mani nude. Deve solitamente promuovere azioni crudeli,
meglio se gratuite. Amante delle parolacce, ha ammazzato di solito almeno
un parente, violentato una conoscente e si è fatto mordere da un vampiro
(anche se è vampiro a sua volta).
Cittadino di Allineamento Buono: essere onorevole dai lunghi capelli
avorei o biondi, somigliante per lo più a Lady Oscar (maschi e femmine)
fedele al partner anche se il partner gli mette le corna, devoto a Themis,
al master, al capoclan e a chiunque capiti, collezionista di pulsatille mistralis,
deve fare al giorno almeno tre azioni generose senza motivazione, che però
poi hanno non di rado conseguenze malvagiamente devastanti, di cui darà
la colpa all'Oscuro dio nemico. Poichè il male va estirpato e il bene
deve onorevolmente trionfare, potrete riconoscerlo dal modo onorevole in cui
scanna l'avversario con ferocia, gli da delle onorevoli mazzate sulle gengive
o gli tributa onorevolessimi calci nelle costole se si trova a terra.
Cittadino di Allineamento Neutrale: essere dai capelli senza preferenze
di colorazione, non di rado tinti, devoto di volta in volta a chi conviene
o il più delle volte a nessuno. Menefreghista per natura, è
costretto dalla sua indole a farsi promotore di azioni senza senso, buone
con esiti catastrofici o pessime con risvolti positivi, di cui dirà
sempre di essere stato a conoscenza prima, anche se sicuramente non è
vero. Da questa creatura neutrale è lecito attendersi fuoco, morte,
furti, distruzione totale, amore, pace, gioia, volemosebene, purchè
in nome dell'Equilibrio.
L'allineamento prevalente nel Granducato è però quello Malefico/Buonista
con inclinazione caotico-confusa.
1 - manterrà la sua parola d'onore, tranne se ciò è contrario
alla volontà di Simeht, di Themis o avverso all'equilibrio. Oppure
se ha le palle girate.
2 - mentirà e tradirà coloro che non meritano il suo rispetto,
quello dei suoi cari, dei suoi compagni di gilda, del suo clan, del clan della
sua donna e della sua pantera nera.
3 - potrebbe uccidere un nemico disarmato, ma poi si vergognerà come
una biscia, ne sposerà la vedova distrutta e ne adotterà gli
orfani.
4 - non usa la tortura per ottenere informazioni. Piuttosto dà lavoro
agli Scorpioni, per contribuire all'economia del Granducato.
5 - non ucciderà un innocente, se questi riesce a provare che è
innocente. Il che potrebbe avvenire anche dopo che è già morto,
ma a quel punto chi se ne fotte?
6 - non uccide per piacere, ma sempre per uno scopo grave. Per esempio se
la vittima osasse sfoggiare un manto tenebreo della stessa tenebrea sfumatura
del suo.
7 - aiuta sempre gli altri, fa attraversare la strada alle arpie, tiene la
balestra ai drow mentre prendono la mira, scuote un mago che ha un mancamento
simile a concentrazione per farlo rinvenire, il tutto senza mai chiedere ricompensa.
8 - potrebbe lavorare con altri nel raggiungimento del suo obiettivo, se si
ricordasse di averne uno.
9 - è incorruttibile, tranne dai soldi, dal sesso e dal potere.
10 - non tradisce mai un amico, tranne in tutti gli altri casi sopra esposti.
avoreo: dicasi
di carnagione del colore delle piastrelle non molto pulite, altrimenti detto
bianco sporco. Chiaro è il riferimento all'avorio, come si evince dall'assonanza.
Solitamente utilizzato dalla razza dei vampiri per ovvi motivi, va rapidamente
diffondendosi anche tra altre razze. Non è infatti raro incontrare
mannari dal pelo avoreo o fate dalle ali avoree. In qualche rarissimo caso
dalla razza non meglio specificata, ci giungono testimonianze di iridi avoree.
azzurrineo: colore riconducibile esclusivamente alla veste
iniziatica di una specifica scuola magica (non meglio specificata perchè
lo Shalafi ha rifiutato di firmare la liberatoria sulla privacy), nonostante
alcuni si ostinino ad applicarlo anche alla sfumatura delle loro iridi (si
tratta però in genere di aspiranti alla medesima gilda, che intendono
così astutamente significare la loro superiore vocazione all'Ars in
quell'Ordine).
atarassico: termine dal senso incerto. Le versioni più attestate riconducono all'area semantica dell'apatia e dell'imperturbabilità, praticamente sarebbe sinonimo di "nunmenepòfregàdemenodetechemegguardi". La parola fa parte, saltuariamente, del linguaggio iniziatico di alcune gilde elitarie di stampo misticomaggico, pertanto è raro che venga utilizzato nel loquire plebeo.
aura: termine che può indicare indistintamente sia il cattivo odore che in genere emanano le vesti di chi lo utilizza, sia la sua predisposizione a manipolare poteri occulti in virtù di forze misteriore. Sia l'odore che la predisposizione sembrano aumentare man mano che si sale nella gerarchia, per cui tale aura può causare, se lasciata libera di agire, mancamenti nelle razze più sensibili di olfatto. L'aura può variare di temperatura e di colore, di ampiezza e anche di sfumatura olfattiva. Quella degli Ignis ha sentore di pancetta bruciata con tracce di ciliegia sotto spirito. Quella dei Mortis è la più tipica, con il caratteristico sentore di bietola putrefatta con risvolti di affumicato. I Noctis, rarissimo a percepirsi, hanno un'aura dall'olezzo di menta piperita con retrosentori di urina di gatto. Le percentuali che alcune razze applicano all'aura tendono a misurare il tempo medio di resistenza all'odore che le altre creature possono sopportare. (es: Aura al 50% significa: "in metà del tempo che pensi di resistere io ti avrò già aureggiato fino allo svenimento").
aureggiare: se non utilizzata da appartenenti agli Oscuri Stregoni, ai Maghi Neri o a razze che possano fregiarsi di possedere l'aura, questa forma verbale è un modo delicato per indicare una puzzetta (es. "Non appropinquatevi, Miledi. Sto aureggiando").
aranciognolo:
sfumatura dell'arancio che si assesta tra il mandarino acerbo e l'arancio
andato a male. Rarissimo colore di iridi, tuttavia di quando in quando compare,
per mutazioni razziali ignote ai più.
(lemma segnalato dalla professoressa Ylunio)
acciaieo: parola che incontra un costante successo, diffondendosi via via dagli strati più bassi della popolazione ai piani alti delle araldiche più elitarie. Ancora è allo studio l'ambito più attestato di applicazione, a causa dei troppo disparati frangenti d'uso del termine. E' attestato che possa essere riferito alle iridi di quella particolare sfumatura di grigio che non è nè adamantinea nè ghiaccea. Ma nei pressi delle caverne e delle fogne non di rado si riscontrano creature che affermano di avere anche la muscolatura acciaiea in più punti. In un solo caso, ma tanto significativo da costituire caposaldo di utilizzo, si è riscontrato l'interessante caso di un demone che, applicando la skill "arma in arto", riusciva a rendere acciaiea una estensione che altrimenti, per somma decisione dell'Accademia, avrebbe avuto puro scopo decorativo.
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bluaceo: alternativa più chic a "livido",
indica indistintamente sia la colorazione delle iridi che il colore, in rari
casi, dell'incarnato di alcuni sfortunati. In genere l'aspetto di chi ha il
colorito bluaceo è infatti simile a quello di una creatura chiusa in
un sacco e debitamente randellata in più riprese. Da non confondersi
con altre colorazioni, che pur appartenendo alla gamma dei colori freddi da
conseguenza di randellamento, hanno ben altre significanze.
bastarda: termine che in tempi antichi indicava persona di incerta paternità o di inclinazione alla bastardaggine interiore, nel Granducato molto di rado assume invece queste accezioni, ormai in disuso. Invece è frequentissimo l'utilizzo della parola in riferimento ad una particolare tipologia di spada, per il fatto - pare - che vada tenuta con le due mani. Per estensione, tutto quello che necessita di essere tenuto con due mani può propriamente essere definito bastardo, dall'innaffiatoio nel cortile (es "quel bastardo innaffiatoio") al pacco che giunge con il piccione di turno, all'altalena su cui dondola il cucciolo urlante del mannaro vicino di casa.
bicrome: letteralmente "di due colori". Il termine indica solitamente quei non rari casi di sguardi che possano vantare una diversa colorazione delle iridi, per esempio una ghiaccea e l'altra ebanea. Spesso utilizzato da quei personaggio che vogliano esprimere la felice convivenza - nella stessa anima - di una bastardaggine indicibile (da cui la fredda iride ghiaccea o cobaltea) con una natura passionale e porcellona (ben espressa dall'iride aranciognola o carminea, comunque colori caldi). Nel frasario scorrevole chi ha le iridi di due colori tende a usare solamente l'aggettivo bicrome, sostituto perfetto anche delle iridi stesse: es. "volge le bicrome d'intorno, ghiacceo dardo rovente".
brecciare: verbo molto raro (e per questo fichissimo)che
indica il movimento rapido di un corpo o di uno sguardo nella massa plebea
circostante, a distinguersi. "brecciano le iridi sulla dama, prima di
ritrarsi verso un altrove indefinito" significa "ti guardo talmente
in fretta che manco le telecamere di una banca svizzera. Ma non per questo
non ho visto anche il colore dei tuoi slip".
A causa della somiglianza con il modo di dire "stare sulla breccia",
ovvero avere successo, essere popolare, il verbo brecciare genera attorno
a chi lo usa la sensazione di non stare semplicemente guardando in fretta
o camminando in fretta. Ma di farlo con i riflettori addosso.
(esistenza del termine indicata dalla Domina
Ghael)
carmineo: variante lottiana di carminio (una sfumatura di
rosso), ha assunto la funzione di aggettivo ad indicare di volta in volta
le labbra di qualche fanciulla particolarmente sensuale, le iridi di genti
d'ogni razza o le vesti ufficiali di specifiche organizzazioni di gilda. Nel
caso dell'uso drowish delle "iridi carminee" (che nella loro razza
sono pressochè normali) sappiate pertanto che non si tratta di congiuntivite.
ceree: ha ormai sostituito il desueto "cerulee" per indicare quella particolare sfumatura di iridi a metà tra l'albume dell'uovo e il ventre di una rana. Talvolta però capita di trovare il termine riferito all'incarnato particolarmente pallido affetto da innominata patologia.
consono/a: si intende cosa conforme ai costumi di un dato luogo. Termine che viene usato per motivare allontanamenti forzati dal Granducato.Nei suoi utilizzi più frequenti il termine può essere così interpretato a seconda di chi lo pronuncia. es: la frase "il vostro linguaggio non è consono!" pronunciata da una guardia o da un governatore significa: "mi hai rotto i coglioni, adesso ti esilio". Pronunciata da un pg qualunque significa: "mi hai rotto i coglioni, adesso chiamo una guardia/governatore e ti faccio esiliare". in ogni caso, sarebbe assai consono mutare il modo di porsi o rendersi prontamente irreperibili. Il concetto di consoneità, al di là del regolamento del Granducato, è spesso variabile. Pertanto cercare di non operare sul filo della consoneità nei pressi di tutori dell'ordine particolarmente consoni è cosa molto consona.
consonare: forma verbale legata all'essere consoni, con significati più o meno collegati. "Essere consonati" significa "aver subito minacce tali da essersi adeguati ai modi consoni". Dare a qualcuno del "consonato" può avere il senso, a seconda del contesto, di accusa di ipocrisia o posizione prona al potere costituito. Raramente qualificati membri del Granducato lo utilizzano nella sua accezione di "concordare, essere della medesima opionione".
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dardeggiare: originariamente riferito all'atto del lancio di dardi, è ora quasi esclusivamente usato in sostituzione del verbo guardare. Es. "dardeggiano le iridi tra gli astanti raccolti nel loco". Il verbo in realtà non indica il semplice atto del guardare, ma proprio il movimento di far scattare le iridi a destra e a sinistra con movenza schizoide, troppo breve per vedere realmente qualcosa. Mossa astuta, perchè a chi l'ha notata resta il dubbio di essere stato visto o meno.
diamanteo: riferito
solitamente alle iridi. Pur somigliando foneticamente alla parola diamante,
non sembra essere il termine preferito per riferirsi alle sue caratteristiche.
Pertanto è da considerarsi un gemello recessivo del dominante "adamantineo
- adamantino". In rari casi di pg particolarmente facoltosi l'iride diamantea
non è un mero artificio per definirne la sfumatura cromatica. Esistono
infatti alcuni casi di cittadini che hanno perso un'iride e si sono fatti
inserire nell'orbita un diamante autentico, per emulare lo splendore dell'altra
iride. Per motivi di sicurezza non possiamo in questo studio rivelarne i nomi,
mentre il medesimo fatto sarebbe più evidente qualora la stessa procedura
venisse applicata alla dentatura, incastonando la pietra preziosa al posto
o all'interno di uno o più denti per celare una carie o il vuoto.
Da qui il raro uso di "sorriso diamanteo".
destrosa/destrorsa: termini equivalenti, si ritiene, nonostante il primo abbia decisamente maggiore diffusione. Nel parlare lottiano indicano la mano destra e non - come alcuni ritengono - un movimento che vada da sinistra a destra come le lancette dell'orologio (che però dalle ore 15 in poi si può dire che vadano anche da destra a sinistra, fino alle ore 21, per cui l'esempio in effetti non è consono). Il cittadino modello di solito tiene la destrosa/destrorsa sull'elsa di una qualsiasi arma, camminando e carezzandola o fermandosi e carezzandola. La mano destrorsa/destrosa ha pertanto funzione pigramente intimidatoria, nobile. Sporchi lavori come derattizzarsi le narici con le dita sono solitamente riservati alla sinistra/sinistrorsa/sinistrosa/manca/mancina.
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Ebaneo: termine
sconosciuto al di fuori del Granducato, ha assunto dignità propria
descrivendo il colore delle iridi dei pochi cittadini del Granducato che ancora
nascono con banali occhi neri. Probabile sviluppo del sostantivo ebano, albero
pregiato che fornisce un legno nero e durissimo. Pertanto le iridi ebanee,
oltre che essere nere, avranno la preclusione di poter emettere solo "sguardi
duri", anche se si trattasse di fanciulla svenevole in camporella con
l'amato o di pg bambino colto in tenera balbuzie.
Essendo a molti nota solo la sfumatura di senso relativa alla durezza, non
è raro trovare cittadini che - per significare di avere qualcosa di
bianco e duro al contempo - usino abbinare termini apparentemente contraddicenti
(es. "dardeggiano le iridi avoree ed ebanee"). In casi come questi,
si spera soccorra il contesto, per facilitare la comprensione. Di recente,
la maggior diffusione ha reso appetibile tale termine per descrivere anche
espressioni del volto, in particolare quelle che denotano severità
o stupore (es. “il suo sembiante stupito si contrae in un’ebanea
espressione”). I drow, nella doppia accezione di "neritudine e
straordinaria consistenza" lo utilizzano in riferimento anche ad altre
parti del corpo, ma sono i soli a poterlo fare con proprietà.
Consulenza del prof. Thaelrythyn
eburneo: termine dal significato sconosciuto utilizzato in rari casi poco documentabili al posto di avoreo (vedi).
emulare: termine che si suppone escluvamente proprio delle razze morte, qualora indichino l'impossibile atto del respirare o del sospirare (o altri atti propri dei viventi, tranne quelli inerenti alla sfera della riproduzione, che vi piacerebbe.). Ma arroccarsi in questa posizione impedirebbe di comprendere l'estensione dell'uso della parola anche a razze che il respiro non avrebbero bisogno di emularlo, avendolo. Pertanto attestiamo un doppio registro di senso. es: "Emula un respiro". Se a usare il termine è un vampiro, un demone o un angelo, il senso è: "sto facendo finta di respirare come uno che respira". Se utilizzato da razze che hanno il respiro significa: "sto respirando".
everbiare: segnalato
a questa commissione da esimio Master operante in una vera fucina di nuove
terminologie, pare lemma utilizzato anch'esso in sostituzione del più
logoro "parlare" o dell'ormai comune "loquire". In realtà
l'accezione non è esattamente identica. Parlare indica il semplice
atto di articolare le parole. Everbiare invece sembra avere in sè il
sottinteso più o meno palese che quel che si vada dicendo siano cose
importanti. Pertanto non è da usare a sproposito. A certe creature
anzi è del tutto precluso.
(consulenza sull'esistenza del termine fornita
della Domina Ghael)
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felino: appartenente
alla specie felina. Ma anche aggettivo per definire qualunque cosa possa ricondurre
al comportamento felino. Può essere felino il passo, lo sguardo, la
grazia nell'esprimersi, lo scatto nello sgualembrare, la forma delle iridi,
molti atteggiamenti e modi di proporsi. Ad esempio non è raro vedere
nella foresta del piccolo popolo un elfo urinare contro un albero con "impellenza
felina". O un demone fare la mano morta a una signora con "lussuria
astuta e felina". Più rara la variante "felica", tuttavia
crescente nell'uso.
(segnalazione del termine fatta dal prof. Jorial)
fessurizzare. Socchiudere le palpebre similmente a fessura. Termine diffusissimo nell'uso riportato, ma si attestano anche le versioni "fessurare" e "fessureggiare". Contrariamente a quanto si pensa, non sono sinonimi, ma indicano invece gradi diversi di apertura delle palpebre sulle iridi (sebbene alcuni pare siano in grado di fessurizzare direttamente le stesse iridi, come attesta la studiosa Mirjam degli Edhel). Più raramente sembra possibile applicarlo anche alla bocca o - in casi particolari - alle orecchie. Pare che alcune razze siano in grado di fessurare o fessurizzare anche altri orifizi del corpo, ma l'uso di questo termine è in questi casi probabilmente relegato alla rocca privata, per cui difficilmente attestabile. Resta comunque misterioso quale dei tre termini indichi la maggiore apertura dell'orifizio o la minore, pertanto è consono allo spirito lottiano andare a sentimento a seconda del contesto.
fessurare: vedi fessurizzare.
fessureggiare: vedi fessurare.
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Ghiacceo: termine
che va per la maggiore per indicare iridi di quella ben precisa sfumatura
di bianco-grigio che si abbina a freddezza di intenzione. Tipica coniugazione
del termine è infatti: “scruta i presenti con le impassibili
iridi ghiaccee". Ma sempre più diffusamente si impone un uso relativo
anche ad atteggiamenti dell'animo, per cui ad ghiaccea può credibilmente
essere anche l'espressione del volto, qualora esprime nobile menefreghismo.
In questa accezione viene utilizzata molto di frequente con altri abbinamenti
di senso, non volendo il soggetto passare per un ibernato nell'animo. Per
cui non di rado vi sono fanciulle sensualmente ghiaccee (il significato è
più o meno: "il mio no vuol dire forse, il mio forse vuol dire
sì") o cavalieri ghiacciamente calorosi ("sono un bastardo
fuori, ma dentro un cucciolone"). Su segnalazione opportuna è
stato riferito a questa Accademia il diffondersi del termine derivato "agghiaccio",
con riferimento al dormire all'esterno, alle intemperie (es. "dormire
all'agghiaccio"). Si suppone che questo uso faccia riferimento al freddo
che si patisce riposando senza riparo, pertanto il termine non può
essere usato propriamente nelle notti in cui non fa freddo.
(consulenza dei prof. Randyll e Thaelrythyn)
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Nessun lemma con questa lettera. A Lot la H è una lettera sottovalutata.
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iridi: originariamente dal latino IRIDEM, a sua volta dal
greco IRIDA ed IRIS (arcobaleno). In età pagana, prima delle rivelazioni
di Themis e Simeht, era la messaggera degli Dei: probabilmente deriva a sua
volta dal verbo “èirô” (annunzio, dico). Dicesi più
diffusamente del cerchio che circonda la pupilla nell’occhio umano e
che varia di colore a seconda degli individui. Tutte le variazioni che concernevano
la parola OCCHIO sono applicabili alla parola IRIDE: occhieggiare diventa
irideggiare, "fare l'occhiolino"--->"fare l'iridina",
"occhio!"(avvertimento) diventa "Iride!". La pratica magica
popolare del Malocchio ha preso il nome di Malairide. Mutazioni anche nei
proverbi tradizionali, come "Iride non vede, cuore non duole" o
"Due iridi vedono meglio di una". Anche la legge del taglione nelle
terre esterne ha dovuto adeguarsi all'evoluzione, mutando in: "Iride
per iride, dente per dente". Gli sfortunati costretti a portare gli occhiali
sono apostrofati con il nome di "Quattr'iridi". Purtroppo alcuni
Master reazionari, rifiutandosi di seguir il corso della lingua, insistono
a mantenere nelle cariche della gerarchia di Gilda la ormai desueta parola
"Occhio".
Presso il granducato, la fortuna del termine, proporzionata alla fortuna degli
sguardi seducenti/minacciosi, ha imposto la sineddoche: dall’indicare
una parte dell’occhio, “iridi” è passato ad identificare
l’intero sguardo, in una vena poetica che minaccia la retrocessione,
linguistica ed anatomica, della pupilla. Pertanto le iridi ruotano, si fessurizzano,
frullano, si socchiudono anche in assenza di palpebre, fulminano, fissano
e vengono fissate, piangono, intimidiscono, curiosano, languono. Se colpite
da un pugno ben diretto, diventano nere.
Per arricchire il vocabolario lottiano, si suggerisce l’applicazione
dei termini e quelli da esso derivabili anche alle piante (dato che “iridi”
è anche un genere di piante, tra cui il giaggiolo, l’ireo, il
giglio celeste.) Sarà consono veder di tanto in tanto "iridi giaggiolee",
"iridi iree", "iridi gigliee celestee" etc.
(consulenza specifica della professoressa Royan dei Sindar)
loquire: termine concorrente al più discreto “parlare”
e rapidamente diffusosi nei territori del Granducato, probabilmente per l’innegabile
affinità con il lemma “eloquenza”, uno degli obiettivi
principali del parlante lottiano (soprattutto se l’area del significato
va ampliandosi verso “ampollosità”).
Si suppone che la neoformazione sia un cultismo, privo delle normali evoluzioni
fonetiche, dal latino LOQUOR = parlare, esprimersi, ragionare, dire.
Dallo stesso LOQUOR erano già scaturiti, per lo più per via
colta: colloquio, elocuzione, eloquente, eloquio, loquela, magni-loquenza,
soli-loquio, spro-loquio, ventri-loquio, turpi-loquio (con questo si desidera
dare ampio respiro alle esigenze dei lottiani affetti da eloquenza). La coniugazione
esatta del verbo è la seguente, con tutte le varianti consentite:
io loquisco - ivo - irò
tu loquisci - ivi - irai
egli loquisce (loquia) - iva - irà
noi loquiamo - ivamo - iremo
voi loquite - ivate - irete
essi loquiscono - ivano - iranno.
Pertanto il lottiano acculturato non parla: Loquisce o Loquia (a seconda dei
casi). Variano di conseguenza tutti i termini che - derivanti da PARLARE -
rimandavano a significati connessi. SPARLARE diventa SLOQUIRE. PARLOTTARE
diventa LOQUIQUARE. Il sostantivo stesso di PAROLA sta lentamente - ma inesorabilmente
- cedendo il passo al più consono LOQUELA. (es: "devo dirvi due
parole"--->"devo dirvi due loquele").
(consulenza specifica della professoressa Royan
dei Sindar)
manca: alternativo a "mancina" o più volgarmente "sinistra". Si usa poco, forse per la sua assonanza con "monca", che fa supporre un troncamento dell'arto. Tuttavia vi è chi, avendo appunto l'arto mutilato, trova conforto nell'abbinare i due termini, specificando di avere "la manca monca".
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smeraldineo/smeraldico: dicasi di iridi verdi, ma di quella sfumatura ben precisa che non è nè muschiea, nè sottoboschea, nè giadea, nè bilea (rarissimo, verde bile). La variante "smeraldico" è poco attestata, probabilmente derivante dall'unione dei lemmi smeraldo+araldico. Comunica infatti la doppia valenza di significato di verde e nobile, per cui dovrebbe esserne precluso l'utilizzo a chi non è almeno Lord/Lady.
sinistrosa/sinistrorsa: opposto a destrosa/destrorsa, indica chiaramente la mano sinistra (detta anche manca o mancina). Molto utile in combattimento quando è la mano dominante, perchè se l'altro è destro/destroso/destrorso ci mette il doppio a capire da dove gli arrivano le sfragnate. A differenza della sua opposta gemella, la sinistrosa/sinistrorsa non è però delegata all'elevato ruolo di brandire arma in difesa o di carezzarla a scopo deterrente. Più umili i suoi compiti, ma non per questo meno im portanti: sedare ribellioni pruriginose nelle parti intime, guidare segrete operazioni di derattizzazione delle narici, casualmente tastare morbidezze estranee al proprio corpo. In questo caso si usa dire: "fare la sinistrosa/sinistrorsa defunta".
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tenebreo: sostituisce da tempo il logoro "tenebroso" e ha un suono molto più trendy. Solitamente sono le iridi ad essere tenebree, ma anche l'abbigliamento beneficia dell'estensione del termine. Per questo non di rado è possibile notare per il Granducato mantelli tenebrei, pantaloni tenebrei, camicie tenebree e anche, di quando in quando, spade bastarde tenebree. Alcune fanciulle possono sfoggiare chiome tenebree e unghie tenebree (sia tinte di nero che pestate). Per evitare di dire che si ha un occhio nero in seguito a collutazione, farà fico affermare di "avere l'orbita oculare tenebrea". Stessa cosa dicasi per ematomi che non rientrino nella gamma dei colori bluacei (vedi). In quest'ultimo caso si può ben usare la locuzione: "avere tenebree evidenze sull'incarnato". Chi vi ode penserà che avete in voi talmente tanta tenebra che vi sprizza da tutti i pori. La caratteristica di chi utilizza questo aggettivo è che di solito ha pessime intenzioni, anche se abbinato ad aggettivi che tendono a mitigarne il senso. Non lasciatevi ingannare. es. "avanza con passo tenebreo e sensuale" (ti farò del male e mi piacerà). "sorride, dardeggiando le iridi tenebree sulla di lei figura" (bel personale, ma tanto muori lo stesso a mazzate).
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uhmeggiare: forma verbale onomatopeica piuttosto diffusa che indica il verso che si fa a labbra chiuse in particolari momenti di una conversazione. Per intuizione, il senso potrebbe essere questo: "Non ho capito cosa hai detto, non so cosa dire a mia volta, ma piuttosto che tacere ti dò a intendere con questo mio "uhm" di essere assorto in profonda meditazione alla ricerca del pensiero non ancora pensato da nessuno per risponderti mentre prendo tempo". Più raramente usato anche nei rapporti sessuali, per le rare razze che possono permetterseli, insieme agli altri verbi similari: aaahmeggiare, ooohmeggiare, siiiiiheggiare, ancooooooreggiare.
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in preparazione
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zoccolare: come
ben si comprende dal suono, la parola significa: "dare colpi di zoccolo
su una qualunque superficie". Riferito a cavalcatura, indica solitamente
cavalli passionali, di carattere esuberante, difficili da contenere anche
per chi solitamente li cavalca. Invece, riferito a fanciulle, lo stesso.








